Sulla persona umana

 

I continui progressi della tecnica rendono sempre più necessario interrogarsi sulla natura dei concetti di “vita” e di “persona”. Concetti, soprattutto quest’ultimo, che sono di difficile definizione in quanto tirano in ballo ambiti diversi: dalla scienza alla filosofia (magari passando anche per la teologia). Il concetto di persona non è scientifico, ma la scienza può comunque dare un contributo importante. Per questo partiremo dall’idea di vita.

 

Cos’è una vita? E quando inizia?

 

Per parlare di vita basta essere in presenza, appunto, di qualcosa di “vivo” come può esserlo anche una pianta o un microbo. Dal momento in cui ci stiamo interrogando sulla definizione di persona, questo concetto di vita potrebbe sembrare troppo largo per esserci utile. In realtà, nel nostro ragionamento, ha la sua importanza. Per cui lo metteremo solo momentaneamente da parte. Riguardo il problema dell’inizio della vita, ci limitiamo a ricordare che di solito i manuali di biologia dicono che la vita umana inizia con la fecondazione. Il punto è se il prodotto della fecondazione (umana) possa essere considerato persona.

 

Le definizioni di persona

 

Le definizioni di persona sono molto varie, proveremo ad analizzarne alcune. La definizione più immediata che noi abbiamo di persona è, in fondo, quella che noi abbiamo di noi stessi e quindi degli altri. Ovvero individui dotati delle comuni facoltà umane che ci dividono dagli animali. A sua volta, fra queste, le più lampanti sono: la parola, la possibilità di un pensiero complesso (con la capacità di fare astrazione), l’interazione col mondo esterno. Alla fine, le persone che sono accanto a noi: fisicamente presenti. Questa prima definizione è corretta da un punto di vista teorico, ma vacilla sotto quello pratico. In primis il problema delle dimensioni che per taluni sembra essere così rivelante, ma senza spiegare quali siano alla fine le dimensioni “esatte” per essere delle persone. Altro difetto di questa definizione è la sua eccessiva ristrettezza. Se senza parola non c’è persona, bisogna di forza escludere dal “canone” delle persone gli infanti e i muti. Una tal cosa risulterebbe eccessivamente ripugnante per la morale comune, e quindi si può escludere senza problemi. Riguardo il problema dell’interazione col mondo esterno, invece, basta notare che le persone in coma non perdono il loro carattere di “persone”. Per il semplice motivo che altrimenti bisognerebbe supporre non solo prima il passaggio da persona a “non persona”, ma poi il ritorno dalla “non persona” alla persona in caso di risveglio. Essendo già tutto da dimostrare che persone si diventi (poiché non abbiamo ancora azzardato una definizione), il fatto che si possa così facilmente passare da uno stato all’altro rende la validità di questa argomentazione prossima allo zero. Serve quindi una definizione migliore.

Una definizione qualitativamente migliore è quella che riesce a salvare lo status di persona per gli individui prima esclusi. In questo caso molti, anche prestigiose enciclopedie, accostano il concetto di persona a facoltà più generali di quelle della parola e dell’interazione. Si parla quindi di persona come soggetto dotato di autoconsapevolezza e di razionalità. La persona è un essere razionale munito di identità”, dicono alcuni. Per non incorrere nei difetti della prima definizione, che abbiamo visto, si lega il concetto di persona a qualcosa che sia meno evanescente. Qualcosa che sia possibile toccare con mano, per non lasciare scampo a dubbi. In altre parole: il cervello. Alla fine, in effetti, è da esso che ci vengono tutte quelle caratteristiche che ci distinguono dagli animali e dalle piante. Tuttavia il cervello che noi abbiamo non è un qualcosa di dovuto alle nostre abilità individuali. Mi spiego. La differenza fra una pianta e un uomo parlante non sta in quel comune giudizio scolastico del tipo “è in intelligente ma non si impegna…”. Le piante, come gli animali, non hanno le suddette facoltà umane perché non hanno un cervello umano. Ma il fatto che non ne siano dotate trova una semplice spiegazione: semplicemente non appartengono al genere umano. Un’affermazione, quest’ultima, che può apparire banale ma non lo è. Una persona non ha un cervello umano per caso, ne è dotato in virtù della sua appartenenza al genere umano. In altre parole al suo codice genetico (umano). Questa è la vera, prima e fondamentale qualità che distingue l’uomo dal resto degli esseri viventi. Leggiamo cosa ne dice a riguardo Angelo Vescovi in un’intervista nel sito dell’associazione Luca Coscioni:

Lei, che si definisce agnostico, non manca di ripetere come l’embrione sia fin dall’inizio vita. Ci spieghi le basi di questa sua convinzione.
«Sono basi perfettamente scientifiche. La biologia non è scienza esatta, ma la fisica sì, ed esiste una branca della fisica che è la termodinamica. Qualunque fisico esperto di termodinamica può dire che all’atto della fecondazione c’è una transizione repentina e mostruosa, in termini di quantità d’informazione. Una transizione di quantità e qualità di informazione senza paragoni, che rappresenta l’inizio della vita: si passa da uno stato di totale disordine alla costituzione della prima entità biologica. Che contiene tutta l’informazione che rappresenta il primo stadio della vita umana, concatenato al successivo, e al successivo, e al successivo, in un continuum assolutamente non scindibile, se non in modo arbitrario.

 http://www.lucacoscioni.it/node/2486

 

A scanso di equivoci, chiariamo subito che anche fra gli scienziati esistono opinioni diverse in materia. Tuttavia a noi il parere di questo emerito ricercatore sembra particolarmente interessante e degno di nota perché, come sempre, impostato con grande ragionevolezza. Dicevamo, dunque, che il cervello umano non è frutto del caso. Ad ogni modo porre un organo (seppur così importante) al limite fra la persona e la “non persona” suscita non poche perplessità. Farlo vorrebbe dire porre in bilico i diritti inalienabili della persona. Cosa accade di una persona con un cervello non funzionante? E cosa, con un cervello solo parzialmente funzionalmente? Fino a che punto esso deve funzionare per non vedersi negato lo status di persona? E, soprattutto, chi lo stabilirà?

Forse quello del cervello è un falso problema. Infatti se qualcuno al parco, chiedesse a una persona ragionevole qual sia la differenza fra un uomo e un albero, certo non starebbe lì ad analizzare il corretto funzionamento del cervello di quell’uomo. Risponderebbe che la differenza fondamentale dell’uomo è la sua appartenenza al genere umano, con tutto quello che ne consegue. Per cui proviamo a tornare alle facoltà umane.

Abbiamo parlato di razionalità, identità e autocoscienza. Categorie senza dubbio giuste, ma che non vanno prese in senso troppo rigido. Infatti si potrebbe discutere su quale razionalità possa avere un neonato. Pur tuttavia, quasi nessuno nega a quest’ultimo lo status di persona. Pur non potendo egli fornirci prove di razionalità, siamo soliti distinguerlo nettamente dalle altre forme viventi. Come mai? Eppure un neonato non sa far di conto, e se voi ponete un quesito del genere a un neonato, a un feto, a un embrione e ad un cane otterrete la stessa risposta: nessuna risposta. La soluzione dell’arcano è sotto gli occhi di tutti. La differenza fra il neonato e il cane esiste eccome: la razionalità del bambino è solo momentaneamente a livello potenziale. Com’è possibile questo?

Il punto è che tutte le nostre facoltà sono già iscritte (e previste) nel nostro codice genetico. Quindi un neonato, a differenza di ogni altra forma di vita non umana, possiede già in potenza tutte le facoltà umane, e continuerebbe a possederle anche se per accidente non avesse la possibilità di passarle tutte all’atto (come un muto, ad esempio). Questo vale però per ogni vita umana, qui torna in gioco il termine vita. Poiché questo presuppone l’esistenza di un essere vivente (animale, vegetale o umano). Il codice genetico è utile perché ci fornisce uno strumento prezioso per delimitare quello che è umano da quello che non lo è. Ora l’embrione (il feto e via dicendo) è senza dubbio un essere vivente, infatti può morire. Visto che l’embrione umano appartiene di fatto al genere umano, è legittimo parlare di “essere umano”.

 

Ma come può un embrione fare vita umana?

 

Il problema in realtà è un altro. È cosa significhi precisamente fare vita umana. Nel tentativo di dare risposta a questa domanda non si sono risparmiate le soluzioni più fantasiose. Secondo alcuni si può parlare di vita umana solo se si è nella condizione di far valere i propri diritti (espressione singolarmente ambigua), oppure se si può interagire col mondo esterno (ma lo fanno anche gli animali, in un certo senso) , oppure ancora solo se si è entrati a far parte della società umana. Non manca chi lega il concetto di vita umana al letterale “venire alla luce” dando così una sorta di valore mistico alla luce solare, nè chi assume una prospettiva neodarwinista ponendo il problema in termini di lotta per la conquista dei diritti (come nella Jungla). Nessuna di queste soluzioni, ovviamente, è soddisfacente e si confanno più a quelle discussioni filosofiche che alla fine perdono il contatto con la realtà. Per questo, senza troppe remore, ci sentiamo di cestinarle tutte optando per una soluzione più ragionevole: si parla di vita umana, quando abbiamo un essere vivente (in senso biologico) appartenente al genere umano (codice genetico). Questa definizione ha un duplice vantaggio. Il primo è che ci permette di affidarci non ad astratte categorie filosoficoteologiche, ma a degli strumenti molto più concreti e certi. Il secondo vantaggio è che ci permette di sottrarci a questi odiosissimi giudizi di valore che, alla fine, hanno come obiettivo quello di stabilire quale vita umana sia importante e quale no. E, per giunta, con dei metodi del tutto arbitrari. Con queste speculazioni filosofiche si potrebbe giungere a qualsiasi risultato, anche che chi non va al bar o in discoteca non fa vita umana. Diremo quindi che l’embrione è di fatto un essere umano, questo ci porta all’ultimo punto.

 

Esistono esseri umani che non sono delle persone?

 

Prima di rispondere a questa domanda, sarà bene ricordare che le più grande ingiustizie della storia si sono consumate proprio in base a questa risposta. La storia ci fornisce la prova dell’arbitrarietà di questi giudizi di valore sulla vita umana. I Greci e i Romani guardavano con disprezzo ai barbari, fino a considerarli a volte dei subumani. Lo stesso accadde, e in maniera filosoficamente più organizzata, per gli Indiani d’America e poi per i neri. E gli esempi sono infiniti, concluderemo con quello più recente delle teorie biologiche razziali che colpirono in particolar modo gli Ebrei. Molti dei genocidi della storia hanno alla base la pretesa di qualcuno di decidere fra gli esseri umani chi dovesse essere considerato persona e chi non ne era degno. E questo in base ai criteri più svariati (non di rado ammantati di quella rassicurante scientificità) quali la razza, il colore della pelle, la provenienza geografica, l’appartenenza politica e religiosa ecc…insomma, di tutto di più. Da sempre è insita nell’uomo questa tendenza, quasi (rubando una famosa espressione di Hegel) una categoria eterna dello Spirito che continua ad incarnarsi, in forme diverse, nella storia. Le categorie che ci propongono oggi non sono meno arbitrarie, sono solo meglio elaborate. Alla razza e al colore della pelle si sono sostituite curiose discriminazioni di tipo temporale. Lo status di persona si acquista col tempo. E anche qui ognuno ha i suoi numeri da giocare al lotto: tre mesi, quattro mesi, cinque e via dicendo. Poi di solito queste sono accompagnate da altre motivazioni come quella genetica e quella dell’autonomia. La prima presuppone una sorta di schiavitù genetica da parte del concepito, sul quale si vorrebbe instaurare un potere assoluto misconoscendone abilmente il carattere di “terzo” individuo. La seconda è quella che pone l’accento sull’autonomia che bisognerebbe avere per essere considerati persone. Anche questo è un concetto del tutto arbitrario, perché anche un neonato manca di autonomia e necessita di continue cure che hanno pari valore rispetto a quelle che si ricevono nel grembo materno. Inutile anche presentare la vita embrionale come un progetto di vita, perché nel momento in cui si mettono le fondamenta di una casa non si è più alla fase progettuale.

In realtà l’embrione e il feto, in quanto esseri umani, sono già in possesso (seppur solo in potenza) di tutte le facoltà umane ed essendo lo sviluppo della vita un continuum è impossibile trovare momenti o fasi che giustifichino una cosa così immensa come il passaggio da una “non persona” a una persona. La migliore definizione di persona è anche la più semplice, è quindi la seguente: dicesi persona ogni essere umano. Se si adottasse questo principio si scongiurerebbero sul nascere tutte le manifestazioni di quella eterna categoria dello spirito che dicevamo. Ci libereremmo, una volta per tutte, del rischio di guardare ad altri esseri umani come a delle subpersone o a degli esseri inferiori solo perché, per un motivo o per un altro, non rispettano le nostre pretese filosofiche (o meglio, i nostri interessi). Già, gli interessi. Dietro gli esempi che facevamo sopra c’erano sempre interessi ben distinti. E anche oggi questi non mancano. Anche non volendo assumere questa definizione di persona a livello giuridico, tutto questo basterebbe per capire che la vita umana merita sempre e comunque rispetto a qualsiasi livello dello stadio di sviluppo. Per questo la vita umana non può essere ridotta a cavia da laboratorio e, almeno culturalmente, andrebbe riconosciuta la soppressione di una vita come un’ingiustizia e non come un simbolo di autodeterminazione. Poi è giusto discutere delle “soluzioni” pratiche, ma anche i principi di fondo contano. Se sono sbagliati questi, anche nella pratica avremo risultati inumani come l’indifferenza etica che circonda l’aborto e che, creando una mentalità abortista e antinatalista, impedisce da sempre di intervenire a sostegno della maternità in difficoltà. Oppure come la produzione degli embrioni chimera (incroci fra uomini e altri animali) che violano in maniera così palese, e indisturbata, la dignità umana e quel principio espresso dal grande Kant nella Critica della Ragion pura:


“Considera
l’umanità, in te stesso e negli altri, sempre come fine e mai come mezzo”

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12 Responses to Sulla persona umana

  1. Alberto says:

    Cos’è una vita? E quando inizia?
    È la domanda più importante, e vi rispondi con una tautologia J ? È vivo ciò che è vivo?
    si passa da uno stato di totale disordine alla costituzione della prima entità biologica. Che contiene tutta l’informazione che rappresenta il primo stadio della vita umana, concatenato al successivo, e al successivo, e al successivo, in un continuum assolutamente non scindibile, se non in modo arbitrario.
    Quanta filosofia … scienza poca però. Una struttura complessa come il gamete o l’uovo non sono certo il totale disordine, al punto che grandissima parte del programma di sviluppo del vivente è già implicito nella distribuzione specifica dei determinanti nella cellula uovo, e lo sviluppo futuro è fortemente direzionato dal cosiddetto “effetto materno”: ormoni, assunzione di farmaci, patologia in gravidanza, alimentazione etc. Dati che Vescovi sa meglio di me, ma a cui decide di dare un’interpretazione filosofica che, per quanto legittima, rispetto ad essi non è né implicita né consequenziale.
    Se arbitrario è individuare dei checkpoint ben precisi nello sviluppo embrionale, altrettanto arbitrario è ignorare i repentini e radicali cambiamenti che l’embrione subisce nel processo.
    Paradosso del pelato. Si può anche far finta che distinguere fra pelati e non pelati sia inutile, ma quando devi trovare un attore per far la parte di Tarzan non puoi prendere un pelato.
    Cosa accade di una persona con un cervello non funzionante?
    Muore. Oppure non è una persona. Stai dando per scontato proprio ciò che vuoi dimostrare.
    E cosa, con un cervello solo parzialmente funzionalmente? Fino a che punto esso deve funzionare per non vedersi negato lo status di persona? E, soprattutto, chi lo stabilirà?
    Basta assicurarsi che il cervello non ci sia proprio, e siamo a posto.
    Risponderebbe che la differenza fondamentale dell’uomo è la sua appartenenza al genere umano
    Ovvero con un’altra tautologia. Dovrebbe prima spiegare che l’albero è un vegetale, mentre l’uomo è un animale. Poi chiarire cosa vuol dire vegetale e cosa animale, e così via. Infine dovrebbe dare una definizione di essere umano univoca, in grado di distinguere l’umano da ogni altro animale. Il suo cervello.
    la razionalità del bambino è solo momentaneamente a livello potenziale.
    Sì, è al livello potenziale, è solo un germe di razionalità … ma C’È. Questa è la differenza con l’embrione.  
    Il punto è che tutte le nostre facoltà sono già iscritte (e previste) nel nostro codice genetico. Quindi un neonato, a differenza di ogni altra forma di vita non umana, possiede già in potenza tutte le facoltà umane, e continuerebbe a possederle anche se per accidente non avesse la possibilità di passarle tutte all’atto
    Cominciamo col ricordare che ciò che viene qui affermato, e cioè la priorità assoluta del codice genetico, è cosa assolutamente discutibile e discussa dai tempi di Watson e Crick. Di fatto la percentuale esatta in cui i geni influenzino ciò che siamo non è chiara, ma se essa fosse effettivamente il 100% non staremmo nemmeno qui a discuterne.
    Volendo tuttavia ammettere che il codice genetico abbia in sé la potenza nella sua interezza (con un determinismo genetico al limite del meccanicismo), questo avrebbe importanza molto relativa, visto che l’atto ha assoluta priorità ontologica sulla potenza. La potenza stessa esiste in quanto finalizzata all’atto, e diviene solo tramite l’intervento di ciò che è già in atto.
    Possiamo immaginare lo zigote come uno stato di piena e assoluta potenza, e l’adulto come l’atto. La potenza si realizza tramite innumerevoli stadi intermedi in cui man mano l’atto inizia a prevalere. Ma se l’atto è la persona, è la persona è determinata come tale grazie al suo sistema nervoso, proteggere un essere che ancora non l’abbia significa proteggere solo la potenza, e ciò non è necessario. L’atto inizia il suo divenire con la comparsa del sistema nervoso.
    Questa definizione ha un duplice vantaggio. Il primo è che ci permette di affidarci non ad astratte categorie filosofico\teologiche, ma a degli strumenti molto più concreti e certi. Il secondo vantaggio è che ci permette di sottrarci a questi odiosissimi giudizi di valore che, alla fine, hanno come obiettivo quello di stabilire quale vita umana sia importante e quale no.
    Legittimo scegliere una definizione in quanto “vantaggiosa”, ma è anche arbitrario.
    In realtà l’embrione e il feto, in quanto esseri umani, sono già in possesso (seppur solo in potenza) di tutte le facoltà umane (grassetto mio)
    Ovvero, non le hanno; perché averle vuol dire averle in atto. Quindi, di fatto, la definizione di progetto di vita data all’embrione di sedici cellule è assolutamente calzante.
    Le “fondamenta” dovrebbero essere i primi momenti della persona, ovvero i primi momenti dell’atto, ovvero ancora i primi momenti del sistema nervoso. Prima c’è solo il progetto.

  2. Ettore says:

    Anche volendo riconoscere all’embrione solo lo status di
    progetto di vita, trattandosi di vita umana, non vedo con che diritto noi
    possiamo metterci le mani (fino a decidere di spezzarlo) se non con quello del
    più forte. È vero che uso delle tautologie, ma non sono poi così carenti di
    informazioni visto il tentativo di far passare in secondo piano la vitalità
    dello zigote e la sua umanità (intesa non alla fantozziana “com’è umano lei…”).

    Lo zigote non è assoluta potenza, è già un essere in atto. Sin
    dall’inizio comincia a divenire,
    altrimenti non sarebbe possibile lo sviluppo che porta alla formazione del
    sistema nervoso. È già attivo, e anche incredibilmente attivo considerato che
    da esso vengono fuori le varie parti del corpo.

    Non sono certo un esperto di dna, però non credo di fare
    determinismo genetico quando dico che se io parlo e il mio cane abbaia è prima
    di tutto questione di geni. Determinismo sarebbe cercare di spiegare il
    carattere e i gusti di una persona in base a i suoi geni, questo sì.

    Riguardo l’affermazione di Vescovi, non credo che volesse
    alludere ad una sorta di vuoto assoluto. È chiaro che se non ci fosse ordine,
    non sarebbe possibile la formazione dello zigote e che quello che lo precede
    (come la cellula uovo) può influenzarlo. Il “totale disordine” è rispetto alla
    persona che comincia la sua esistenza materiale e biologica dallo zigote. Quello
    che io sono adesso ha preso avvio da lì con quella “transizione
    repentina e mostruosa, in termini di quantità d’informazione”, rispetto
    a questa prima c’è, in proporzione, il disordine totale. 

    Riguardo il cervello e il sistema nervoso. Ho trovato questo
    passo, dalla Pontificia Accademia per la Vita:

    L’embrione come essere di relazioni e parole

    L’argomento deriva dal sofisma del pesce rosso: togli
    l’acqua dal contenitore e il pesce morirà; se rimetti l’acqua non
    necessariamente il pesce tornerà a vivere. Così il cervello è la condizione del
    pensiero, non la sua causa. Come ha notato anche il grande biologo Pierre-Paul
    Grassé, “si è preteso che l’embrione non fosse uomo finché non avesse acquisito
    il sistema nervoso. Non è nulla. Tale acquisizione, che si realizza ad uno
    stadio precoce della vita embrionale, non cambia la natura dell’essere che è
    già dotato di tutte le potenzialità della sua specie. Essa non aggiunge nulla
    all’embrione, neanche la coscienza, che apparirà solo dopo la nascita”.

    Per me l’embrione vale più di un animale, perché a differenza
    di quest’ultimo è dotato di una razionalità potenziale. Potenza che invece l’animale
    non ha. La “causa prima” del cervello e del pensiero sta nel genoma umano. A
    livello dell’atto la differenza uomo-animale è il cervello, ma prima di tutto c’è
    la differenza potenziale (mai completamente disgiunta dall’atto) che deriva dai
    differenti codici genetici. Quindi la differenza è a monte. E questo vale per
    tutte le facoltà umane, il fatto che siano allo stato di potenza non vuol dire
    che non esistano. La potenza è un livello dell’esistenza, altrimenti l’atto
    verrebbe dal nulla. Lo zigote è la cellula fondatrice dell’essere uomo, non il
    progetto (o almeno non solo). Il sistema nervoso è solo un “prodotto” di questo
    continuo sviluppo e se vogliamo farne la cerniera fra la persona e la “non
    persona” bisogna anche chiarire come questo si applica agli adulti.

    È chiaro che in una materia così
    delicata, non si sfugge facilmente all’arbitrio. Se io passo in rassegna le
    varie definizioni di persona e ne scelgo una, è quasi inevitabile. Però se devo
    scegliere, scelgo quella che mi pare migliore.

  3. Alberto says:

    non vedo con che diritto noi possiamo metterci le mani (fino a decidere di spezzarlo) se non con quello del più forte.
     
    Con lo stesso diritto con cui ci cibiamo di un animale, o di una pianta, o di un seme. Chiamalo come vuoi.
     
    È vero che uso delle tautologie, ma non sono poi così carenti di informazioni
     
    Se sono tautologie, non sono carenti di informazioni, ne sono prive.
     
    Lo zigote non è assoluta potenza, è già un essere in atto. Sin dall’inizio comincia a divenire, altrimenti non sarebbe possibile lo sviluppo che porta alla formazione del sistema nervoso.
     
    No. La persona sta nel sistema nervoso. Quindi di persona (atto) non c’è proprio nulla. Perfino quella che voi chiamate "l’anima" non avrebbe dove andare a sistemarsi.
     
    Determinismo sarebbe cercare di spiegare il carattere e i gusti di una persona in base a i suoi geni, questo sì.
     
    Sono il carattere e i gusti che fanno una persona. Una persona è tale perché ha "personalità", persino gli animali hanno un carattere. Senza sei al più una pianta, o un robot biologico.
     
    Quello che io sono adesso ha preso avvio da lì con quella “transizione repentina e mostruosa, in termini di quantità d’informazione”, rispetto a questa prima c’è, in proporzione, il disordine totale. 
     
    Io non credo. Vescovi dovrebbe forse fornire informazioni più quantitative, magari espresse in termini di entropia del sistema zigote. "Mostruoso" è relativo, ciò che a lui sembra mostruoso a me non lo sembra proprio.
     
    Così il cervello è la condizione del pensiero, non la sua causa.
     
    Forse per i credenti, non per la scienza.
     
    Tale acquisizione, che si realizza ad uno stadio precoce della vita embrionale, non cambia la natura dell’essere che è già dotato di tutte le potenzialità della sua specie.
     
    Sì, la storia della potenzialità l’abbiamo capita tutti, e siamo tutti d’accordo che la potenzialità c’è. Ciò su cui io e Aristotele non siamo d’accordo è che la potenza debba essere parificata con l’atto. Il progetto di un palazzo magari potrai anche chiamarlo "un palazzo in potenza", ma non ci abiterà mai nessuno. Se la persona è il suo sistema nervoso, fin quando non c’è quello c’è solo un progetto.
     
    Il sistema nervoso è solo un “prodotto” di questo continuo sviluppo e se vogliamo farne la cerniera fra la persona e la “non persona” bisogna anche chiarire come questo si applica agli adulti.
     
    Se un adulto non ha sistema nervoso, non è una persona. Problema risolto.
     

  4. Ettore says:

    Quello che noi facciamo con gli animali e le piante è un
    conto. Un altro quando abbiamo a che fare con la vita umana, sono due piani
    diversi. Se io progetto un palazzo e non lo costruisco, è un palazzo puramente
    teorico. Se però io ho messo le fondamenta e qualcuno me le distrugge impedendomi
    di portare a termine il lavoro, è come se avesse distrutto il palazzo. Le fondamenta
    (l’embrione) del mio essere precedono il mio sistema nervoso, perché senza
    quelle non ci sarebbe proprio niente di me. Se io taglio la lingua a un uomo,
    non posso lamentarmi se poi non parla. Questo è esattamente quello che facciamo
    noi all’embrione. Lo strappiamo al suo habitat
    impedendogli di svilupparsi. Per quanto mi riguarda, la fabbricazione in
    laboratorio di esseri umani è una cosa sbagliata. Non tanto perché è un’offesa
    a Dio, ma perché a prescindere dalla sua esistenza o meno l’uomo non è Dio e
    quando se ne dimentica sono sempre guai. Tutto il problema è nato dalla
    fecondazione artificiale, cioè dal legittimo desiderio di avere un figlio. Almeno
    questa motivazione rende un po’ più accettabile la cosa. Però si è fatto in
    modo di creare decine e decine di embrioni (per coppia) che si sapevano
    destinati all’abbandono, e secondo me questo è avvenuto consapevolmente col
    fine non dichiarato di metterci poi le mani sopra. Cioè si fabbricano esseri
    umani come delle scarpe e, come se non bastasse, per potersi procurare
    materiale umano da laboratorio. E questo a me non va bene. Persone o non
    persone, non possiamo fingere che quelle non siano vite umane e che quello embrionale
    non è che uno stadio dello sviluppo in cui siamo passati tutti. Posso accettare
    tutto, ma una vita umana (a qualunque stadio di sviluppo) ridotta a topino da laboratorio,
    proprio no. Ma se la persona sta nel sistema nervoso, vuol dire che è un
    vero e proprio omicidio l’aborto di un feto che ne è dotato?

    A tutto questo discorso teorico c’è poi da affiancare quello
    pratico. L’intento principale alla base della sacrificabilità della vita umana
    embrionale, era quello delle cellule staminali embrionali. Solo che, a quanto
    ne so io, nessuna terapia è stata prodotta con le staminali embrionali se non
    con quelle adulte. Secondo Vescovi si poteva senza problemi ripiegare su quelle
    embrionali di animali, come gli scimpanzè. Inoltre mi sembra di avere capito che
    è stato trovato il modo di “ringiovanire” le staminali adulte in modo da farle
    avere le stesse proprietà di quelle embrionali. Questo accanimento contro l’embrione
    ha proprio qualcosa di sadico.

  5. Alberto says:

    Se però io ho messo le fondamenta e qualcuno me le distrugge impedendomi di portare a termine il lavoro, è come se avesse distrutto il palazzo.
     
    Questodipende da tante cose. Quanto era stato investito fino a quel punto? Quanto mancava a completare l’opera? C’erano già caratteristiche di abitabilità?
    In certi casi può convenire tornare indietro e interrompere la costruzione prima di investirvi troppo.
    Inoltre insisto che non ci sono i presupposti per paragonare lo zigote alle fondamenta. Anche senza un progetto ben fatto (lo zigote) non si può costruire un palazzo (sistema nervoso senziente). Ma sempre progetto e palazzo restano.
     
    si è fatto in modo di creare decine e decine di embrioni (per coppia) che si sapevano destinati all’abbandono, e secondo me questo è avvenuto consapevolmente col fine non dichiarato di metterci poi le mani sopra.
     
    Viva le opinioni 🙂
    Secondo me il motivo, molto più semplice, è che un numero più elevato di campioni garantisce migliori risultati. E’ sempre così quando si tratta con cellule vive.
     
    Ma se la persona sta nel sistema nervoso, vuol dire che è un vero e proprio omicidio l’aborto di un feto che ne è dotato?
     
    Forse sì. Dipende dal livello di sviluppo del SNC.
    D’altro canto, ci sono casi in cui anche l’omicidio è giustificabile.
     
    Solo che, a quanto ne so io, nessuna terapia è stata prodotta con le staminali embrionali se non con quelle adulte. Secondo Vescovi si poteva senza problemi ripiegare su quelle embrionali di animali, come gli scimpanzè. Inoltre mi sembra di avere capito che è stato trovato il modo di “ringiovanire” le staminali adulte in modo da farle avere le stesse proprietà di quelle embrionali.
     
    Sì, si può fare a meno di tante cose, si può fare a meno dell’energia elettrica, degli antibiotici, etc etc. Si può anche fare a meno di fare ricerca sull’Alzheimer, visto che in decenni di studi non si è mai ottenuto un risultato sostanziale. Si può anche fare a meno di fare ricerca pura, in generale, visto che in fondo stiamo bene anche così.
    Si tratta solo di fare delle rinunce. E per fare una rinuncia, ci vuole una motivazione valida…

  6. Ettore says:

    Non si tratta di rinunciare proprio a niente. Le proprietà delle cellule sulle quali si vuole fare ricerca sono le stesse. Bisogna solo scegliere fra due vie che portano allo stesso risultato, solo che una pone problemi etici e l’altra no. Se si possono ottenere cellule embrionali senza dovere squartare embrioni umani, non vedo perchè ci si debba ostinare a farlo. Anzi, la soluzione più etica è anche la più semplice. Le staminali adulte si trovano più facilmente, anche da un cordone ombelicale. Basta prenderle e trattarle. Per quelle embrionali bisogna prima procurarsi degli embrioni, cioè fare la fecondazione in vitro ecc…Riguardo gli embrioni sovranumerari la mia è un’opinione, ma non è poi così assurda. Dipende dall’immagine che si ha dell’umanità. Se la si immagina tutta farfalle e roselline allora c’è solo lo scienziato che per pura filantropia mette a dsiposizione dell’uomo le "meraviglie" della tecnica. Invece in un mondo più reale c’è lo scienziato filantropo ma anche quello filantropo che tiene pure in conto il vantaggio di avere poi fra le mani delle vita umane sulle quali nessuno gli verrà a chiedere conto. E poi ci sarà anche quello che usa le tecniche di fecondazione a puro pretesto. Il motivo che dici tu pure ha il suo peso, ma non sono certo motivazioni antitetiche.Riguardo l’aborto te lo chiedevo per curiosità, ma anche perchè non è una cosa così scontata. Se tu dici a una femminista dura e pura che l’aborto può essere a volte un vero omicidio (pur con tutte le giustificazioni)…beh non vorrei essere nei tuoi panni 😉

  7. Alberto says:

    Non si tratta di rinunciare proprio a niente. Le proprietà delle cellule sulle quali si vuole fare ricerca sono le stesse. Bisogna solo scegliere fra due vie che portano allo stesso risultato, solo che una pone problemi etici e l’altra no.
    Beh, ragazzo mio, sarebbe bello se fosse tanto semplice 🙂
    Se la si immagina tutta farfalle e roselline allora c’è solo lo scienziato che per pura filantropia mette a dsiposizione dell’uomo le "meraviglie" della tecnica.
    Ma non serve che sia filantropo, basta che faccia il suo lavoro onestamente…

  8. Ettore says:

     
    Non è semplice, però se esiste un’altra strada che non ha bisogno di tutti questi sofisimi sulla vita di relazione e sui nervi dell’embrione mi sembra doveroso praticarla fino in fondo prima di ridurre la vita umana a cavia da laboratorio. E i risultati sono promettenti, lo dicono anche i più ferventi antilegge 40. Scrive Redi:
     
    "In questo modo si hanno a disposizione cellule di tipo embrionale, senza dilemmi di tipo etico"
     
    Perfino Ian Wilmut si è deciso ad abbandonare la clonazione, dicendo che il metodo scoperto "E’ più promettente, e crea meno problemi". Tutte cose che si trovano in bocca a scienziati e perfino su Repubblica e sul Corriere che non sono certo giornali devoti alla Cei.

  9. Alberto says:

    Alcuni anni fa l’ho incontrato, Redi, e anche allora era fiducioso nelle "vie alternative"; questo però non l’aveva portato a cancellare dal proprio orizzonte le staminali embrionali. Ignoro se abbia cambiato idea 🙂

  10. Ettore says:

     
    Allora adesso sarà ancora più fiducioso 🙂
    La sua frase l’ho presa da questo articolo:
    http://www.repubblica.it/2007/11/sezioni/scienza_e_tecnologia/wilmut-staminali/staminali-da-pelle/staminali-da-pelle.html

  11. amalia says:

    Ciao Ettore, qualcuno un giorno disse: "Fai agli altri quello che vorresti sia fatto a te", "Ama il tuo prossimo come te stesso","Amatevi gli uni gli altri come io ho amato voi".Dio e’ Amore. Se ognuno di noi esaminassimo noi stessi, invece di puntare il dito sugli altri….
    "Il mio pololo perisce per mancanza di conoscenza" Conoscenza di cosa? Il mondo corre  e si affatica per ricercare  quel qualcosa che non trovera’ mai nelle cose di questo mondo. Quel qualcosa che salvera’ la nostra anima e ci condurra’ all’eternita’ e’ Gesu’ Cristo.
    "Dio ha amato tanto il mondo che ha dato suo figlio, affinche’ chiunque creda in Lui, non perisca, ma abbia la vita eterna.
    Ti invito a leggere la parola di Dio, non con la tua intelligenza, non lo vedere come un semplice libro, ti assicuro che non lo e’, leggilo con il cuore, chiedi a Dio la sua sapienza, te la dara’! Troverai tutte le risposte che tu ti poni, che il mondo si pone….
    Leggiti proverbi 3, parla dei vantaggi della sapienza.
    Che Dio ti possa benedire, parlare e ammaestrare attraverso la sua parola.
    A presto.
    Amalia Diletti
     

  12. Ettore says:

     
    Va bene 🙂

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