Il libero pensiero e la libera catacomba

 

Si sente sempre più spesso che la fede deve essere confinata alla sfera privata. Condizione necessaria di uno stato laico, dicono. Lo si sente nelle aule universitarie, lo si legge sui giornali e via dicendo. Ma, nella quasi totalità dei casi, questo enunciato non è seguito da alcuna indicazione sulla sua applicazione pratica. Già, ma dove finisce il pubblico e inizia il privato? E, soprattutto, cosa si intende per pubblico? Quest’ultimo termine richiama, per chi ha dei fondamenti di latino, alla res publica che spesso viene tradotta (un po’ brutalmente) come “cosa pubblica”. In altre parole, lo Stato. Adesso il principio della laicità dello Stato, cioè di uno stato che non deriva la giustificazione dei suoi valori da alcuna teologia, è già comunemente accettato. Evidentemente questo però non basta. La fede non deve avere nessuna valenza pubblica, dicono. Affermazione interessante. L’inno alla privatezza della fede capita anche di vederlo espresso con veemenza in qualche blog. Di solito è in questi contesti che viene fuori una più chiara definizione del principio. Dopo un secolo di esperimenti e di tentativi di liberare l’uomo dall’alienazione religiosa adottando una sorta di “soluzione finale” volta alla completa eliminazione della fede (e finanche dello stesso problema di Dio), ci si è resi conto dell’impossibilità del progetto. Quei “liberatori” dell’umanità sono passati, la fede no. Allora l’unica soluzione che appare ancora possibile ai discendenti di quei liberatori è un’altra: la catacomba. Cioè, se non possono distruggerla, cercano almeno di limitare i danni rendendola il meno visibile possibile. La fede è un qualcosa di mal tollerato, qualcosa di cui il malcapitato dovrebbe vergognarsi e avere almeno la buona creanza di non parlarne se non in casa sua (o sottoterra). Perché è qui che arriva il problema. La condizione liberale vuole che a ciascuno sia riconosciuta la libertà di pensiero. E questa, seppur con qualche esitazione a volte, nessuno la nega. Il problema è che, in fondo, anche il suddito ha la libertà di pensare un po’ quello che vuole perché per fortuna nessun regime (di qualsiasi colore) è mai riuscito a controllare il pensiero. Il punto è che sempre quella condizione liberale vorrebbe anche il riconoscimento per tutti della libertà di espressione. Il cittadino può quindi liberamente e pubblicamente esprimere il suo pensiero, e quest’ultimo non è soggetto a limitazioni. Il pensiero umano ha infinite variabili: dalla politica fino alla religione. Anche l’espressione “valenza pubblica” è piuttosto ambigua. Se per valenza si intende ciò che “vale per tutti” è un conto, ma non se ne capisce allora il significato. Pare infatti che i matematici impazzino liberamente in lungo e in largo. Forse il senso giusto dell’espressione è semplicemente ciò che è pubblico, che è manifesto. Questo spiegherebbe perché alla dimensione pubblica della fede viene contrapposta una decisa dimensione privata (non un ruolo pubblico prettamente sociale ed extrastatuale). Il punto è questo, la società che è per sua definizione uno spazio libero e pubblico. Tutto ciò che vi agisce assume una valenza pubblica, cioè un significato pubblico. Nella società di uno stato laico, quindi, ogni pensiero ha una valenza pubblica, perché ciascuno esprime il proprio e quindi vale per tutti e per nessuno. La società è il luogo pubblico per eccellenza e, nel libero mercato delle idee, dà valore a quello che più crede. In questo senso ogni pensiero può assumere valenza pubblica perché tutti ne possono usufruire o meno. Che sia minoritario o maggioritario non ha importanza, è offerto a tutti e ognuno decide in che misura farlo valere nella propria esperienza. Rendere una cosa “di dominio pubblico” vuol dire appunto metterla a disposizione di tutti, conferire cioè a quella cosa una dimensione pubblica. Il punto è che anche la fede può essere considerata come un pensiero. Adesso, quale reazione susciterebbe l’espressione di un simile principio: “Il pensiero non deve avere valenza pubblica, deve appartenere esclusivamente alla sfera privata”. Un’affermazione del genere non farebbe certo ben sperare in un futuro radioso del libero pensiero. Immaginate poi di metterla in bocca ad un altro prelato, in riferimento però non alla fede ma al pensiero ateo. Non si straccerebbero forse platealmente le vesti i guardiani del laicismo duro e puro? La verità è che dietro quell’innocua espressione si nasconde un temibile pericolo: il tentativo di bandire dal pubblico un pensiero che qualcuno ha deciso essere anti-pubblico. La fede invece, come ogni pensiero, può avere valenza pubblica (ribadiamo nel campo sociale e culturale) nella misura in cui una società la condivide. Per questo ogni società ha molte sfaccettature, dicesi pluralismo che è il contrario della forzosa privatizzazione della fede e della sua relegazione ad una dimensione catacombale. Per questo un laicista oltranzista può ben augurarsi che la fede venga rinchiusa nella sfera privata (se non proprio distrutta), ma non può imporlo come una sorta di obbligo della laicità di stato.

In sostanza ai credenti offrono il libero pensiero, ma a condizione che sia esercitato nella libera catacomba. È capitato anche di leggere che chi rifiuta la catacomba non deve lamentarsi delle persecuzioni religiose in Cina. Perché allora vuol dire che se le meriterebbe anche lui. È così che, in uno straordinario gioco all’equivoco tipico del laicismo oltranzista, la catacomba diventa addirittura una generosa concessione della signoria laica della quale il credente dovrebbe ringraziare. Nel caso, c’è sempre la soluzione cinese…

 
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2 Responses to Il libero pensiero e la libera catacomba

  1. ♪RAMROCK♫ says:

    Bell’intervento e buon week-end

  2. Ettore says:

    Grazie…anche a te!

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