…come noi li rimettiamo ai nostri debitori

Se il primo ostacolo è quello di non volersi riconoscere debitori, il secondo è espresso nella seconda parte della petizione: “…come noi li rimettiamo ai nostri debitori”. Chi sono questi nostri debitori? È il prossimo che ci offende, che ci fa del male. Sono

 

i “fratelli” (Mt 18, 21-35) e anche gli “uomini” (Mt 6, 14s) in generale. I debitori dei discepoli sono tutti quelli che debbono loro qualcosa, quanti li hanno offesi: chi si è incollerito con loro, li ha chiamati “imbecilli” o “rinnegati” e, in generale, quanti “hanno qualcosa contro di loro” (Mt 5, 22ss); quanti hanno loro causato ingiurie o violenze (Mt 5, 39-42), i loro “nemici” e “persecutori” (Mt 5, 44) [1].

 

Il servo spietato[2] è condannato perché dopo aver ricevuto il condono di un debito immenso si dimostra senza misericordia con un altro servo che – per giunta – gli deve molto di meno. Il Vangelo avverte che la misericordia divina non cancella la giustizia per cui Con la misura con la quale misurate, sarete misurati[3]. La nostra chiusura verso gli altri, la nostra mancanza di amore ci rende inaccessibili alla misericordia divina[4].

 

Per questo, nella Messa, siamo invitati a scambiarci un gesto di pace prima di accostarci al banchetto eucaristico. Gesù nel Vangelo avverte che è inutile pregare se hai qualcosa contro qualcuno: perdonate, perché anche il Padre vostro che è nei cieli, perdoni a voi i vostri peccati[5]. Così come non ha senso offrire un sacrificio se conservi del rancore verso un fratello[6]. La Didachè, il più antico testo liturgico cristiano che si conosca, applica questo precetto proprio alla celebrazione eucaristica perché si offra un “sacrifico mondo”[7]. Tutto questo perchè Dio vuole renderci simili a Lui, ci vuole operatori di pace[8].

 

Conseguenza o requisito?

 

Ma il perdono dei nostri debitori è una conseguenza del perdono divino o un suo requisito? Senza dubbio è una conseguenza, noi chiediamo il perdono di Dio affinché possiamo perdonare a nostra volta. Il servo spietato viene perdonato prima che il suo compagno gli chieda tempo. La sua colpa è di non aver trasmesso al prossimo il perdono ricevuto, per non aver usato misericordia riceverà un giudizio senza misericordia. Le due cose sono strettamente connesse e vanno di pari passo. Nel Cammino di perfezione, Teresa di Gesù ricorda che non si può con sincerità pregare che sia fatta la Sua volontà senza aver già perdonato tutto, o senza averne almeno il proposito.

Il perdono dei nostri debitori è un frutto della conversione, impossibile altrimenti. È un amore contagioso che spezza la catena del male, il pubblicano Zaccheo si converte perché si vede amato da Cristo. Il fariseo invece può solo disprezzare gli altri, perché credendosi giusto non ha mai sperimentato la misericordia divina. È un vero e proprio circolo virtuoso:

Questo è il cerchio d’amore e perdono in cui Dio ci avvolge: dato che siamo stati perdonati noi, anche noi possiamo perdonare gli altri; e dato che possiamo perdonare, possiamo chiedere perdono a Dio [9].

 

Uno “scambio” alla pari?

 

Il perdono di Dio è sempre gratuito, non lo si potrebbe ottenere dando qualcosa in cambio. Non abbiamo il diritto di essere perdonati perché perdoniamo. Semplicemente Dio ci fa stringere un patto con lui quando ci impegniamo, con questa petizione, a perdonare gli altri. Non si può parlare di scambio anche perché la differenza tra i due perdoni è abissale. Ricorda san Giovanni Crisostomo che

Tu perdoni perché hai bisogno di essere perdonato, Dio ti perdona senza averne alcun bisogno. Tu perdoni a uno che è servo come te, Dio perdona ad un suo servo. Tu sei reo di mille crimini, Dio è assolutamente impeccabile [10].

Anche san Cirillo di Gerusalemme, nella Catechesi mistagogica V, ci invita a guardare al perdono nella giusta dimensione:

pensiamo dunque a quello che riceviamo e a quale prezzo; non differiamo e non rifiutiamo il perdono agli altri. Le offese di cui siamo vittima sono lievi, insignificanti e senza gravità: al contrario, quelle che abbiamo commesso nei confronti di Dio sono gravi, e solo dalla carità divina nei nostri riguardi possiamo attenderci il perdono. Stai dunque attento a non vederti rifiutare il perdono dei tuoi gravissimi peccati commessi contro Dio, per non aver voluto perdonare insignificanti peccatucci [11].

 

Convenienza del perdono

 

Il perdono del cristiano, umanamente incomprensibile, dà testimonianza dell’amore di Dio e lo rende manifesto. Per Teresa di Gesù, Dio ci ha imposto il perdono come unica condizione per “l’impossibilità di mettere d’accordo l’onore e il profitto spirituale”[12]. I punti d’onore sono ciò che ci fa ritenere offesi dagli altri, il nostro senso di giustizia per cui tutto ci è dovuto. Con parole molto belle, Agostino illustra l’utilità del perdono:

Certo che avete nemici. Infatti, chi vive in questo mondo senza avere nemici? Amateli! Il peggiore nemico non potrà mai farti tanto danno come quello che ti fai tu stesso se non ami il tuo nemico. Egli può danneggiare il tuo patrimonio, la tua casa, tuo figlio, tua moglie, il tuo corpo, ma non può danneggiare la tua anima, cosa che, invece, tu puoi fare. Desidera il bene per lui, che in lui muoia il male e cosi non sarà più tuo nemico. Cosa guadagni con il male del tuo nemico? Ciò che ti e nemico di lui non è la sua persona, ma la sua colpa. […] Prega anche tu contro la malvagità del tuo nemico, perché essa muoia ed egli viva. Se il tuo nemico muore, non avrai più un nemico, ma nemmeno avrai trovato un amico. Invece, se muore la sua malvagità, avrai perduto un nemico e avrai trovato un amico [13].

Un esempio pratico

 

Ancora Agostino, ne Il discorso della montagna, sviluppa l’esempio evangelico della restituzione del denaro. Se qualcuno ti avrà chiamato in giudizio per toglierti la tunica, tu lasciagli anche il mantello (Mt 5, 40). Chi, per un motivo o per un altro, non restituisce dei soldi dimostra di essere un povero di cui il cristiano è chiamato ad avere compassione:

 

A chi dunque, o di sua volontà, o chiamato per un accordo, non vorrà restituire il denaro dovuto, lasciateglielo. Due saranno i motivi per cui non vorrà restituire, o perché non l’ha o perché è avaro e avido della roba altrui. Tutte e due queste cose dicono solo “povertà”: di cose, o di animo. Chi perciò condona a uno di questo tipo, condona a un misero e fa un’opera cristiana, perché resta valida quella norma di essere disposti nell’animo a perdere quello che ci sarebbe dovuto. Se invece, con modestia e buone maniere, farà di tutto perché gli venga restituito, non avendo tanto di mira il guadagno pecuniario quanto la correzione del debitore, 21 cui, certo, è di danno avere da restituire e non restituire, non solo non peccherà, ma farà un’opera vantaggiosa a quel tale, che volendo arricchirsi con il denaro altrui, si danneggia nella fede: danno così grave, a cui nulla può paragonarsi. Da qui si comprende che anche in questa quinta domanda: Rimetti a noi i nostri debiti, non si tratta di denaro, ma di tutto quello che uno può commettere contro di noi; anche perciò del denaro [14].

 

Irritazione, ira, odio

 

Sempre Agostino fornisce un chiarimento terminologico molto interessante. Nella Scrittura si invita a deporre al più presto l’ira, Non tramonti il sole sulla vostra ira (Ef. 4, 26). Infatti non bisogna credere

… che l’ira sia una cosa da nulla. Il profeta dice: «I miei occhi sono offuscati dall’ira» (Sal 6,8). Chi ha gli occhi offuscati non può vedere il sole. Cos’è l’ira? La passione della vendetta. Se Dio si vendicasse di noi, dove andremmo a finire? Se ti sei irritato non pecchi: «lrritatevi, dunque, ma non peccate>> (Sal 4,5; E f 4,26). lrritatevi, perché siete uomini, vinti dalla vostra debolezza, ma non peccate conservando l’ira nel vostro cuore perché in questo modo non potrete entrare nella luce. In questo modo danneggiate voi stessi. Cos’è l’ira? La passione della vendetta. E l’odio? La stessa ira, ma che ha messo radici nel cuore, nel qual caso può chiamarsi odio[15].

 

Quindi l’irritazione è qualcosa di difficile da evitare ma il vero pericolo è l’alimentarla,  facendola diventare ira e poi odio. E Chi odia suo fratello è un omicida (1 Gv 3, 15).

 

Leggi anche: 

 

E Rimetti a noi i nostri debiti…

 

Agostino e il perdono

Note

[1] Hamman e Hernàndez, Il Padre Nostro 6: Rimetti a noi i nostri debiti, op. cit., p. 17.
[2] Mt 18, 23-35.
[3] Mt 7, 2.
[4] Siate misericordiosi, come è misericordioso il Padre vostro.  Non giudicate e non sarete giudicati; non condannate e non sarete condannati; perdonate e vi sarà perdonato; date e vi sarà dato; una buona misura, pigiata, scossa e traboccante vi sarà versata nel grembo, perché con la misura con cui misurate, sarà misurato a voi in cambio» (Lc 6, 36-38).
[5] Mc. 11, 25.
[6] Mt 5, 23-24.
[7] Didachè, c. 14, 2-3.
[8] Mt. 5, 9.
[9] Hamman e Hernàndez, Il Padre Nostro 6: Rimetti a noi i nostri debiti, op. cit., p. 31.
[10] Ivi, p. 23.
[11] Ivi, pp. 46-47.
[12] La preghiera, cfr. Hamman e Hernàndez, Il Padre Nostro 6: Rimetti a noi i nostri debiti, op. cit., p. 76.
[13] Hamman e Hernàndez, Il Padre Nostro 6: Rimetti a noi i nostri debiti, op. cit., pp. 25-26.
[14] Il discorso della montagna, Hamman e Hernàndez, Il Padre Nostro 6: Rimetti a noi i nostri debiti, op. cit., pp. 39-40.
[15] Ivi, p. 34.

E rimetti a noi i nostri debiti…

In questo articolo – e nel prossimo – mi dedico alla sesta petizione del Padre Nostro. Come già per Venga il tuo Regno, ho cercato di riassumere le tesi fondamentali del relativo opuscolo di Adalbert Gautier Hamman ed Emiliano Jimenez Hernandez. Ovvero il sesto volume della collana Il Padre Nostro (edizione Chirico).

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Un bilancio dell’Inquisizione spagnola: quante vittime?

La rete ama l’Inquisizione, questa istituzione storica la cui solo menzione dovrebbe bastare per mettere in ginocchio qualunque cattolico. Vista la sua importanza metastorica è inevitabile che l’Inquisizione venga sempre più mitizzata, sulla scia della obsoleta storiografia anticlericale di stampo ottocentesco. Capita così che molti siano convinti che l’Inquisizione abbia causato la morte di milioni di persone (cioè nei manuali dovremmo trovare che la Chiesa sia stata tra le prime cause di morte della popolazione europea insieme a guerre, carestie e pestilenze). Siti anticlericali e protestanti fanno ormai a gara a chi la spara più grossa. In particolare il sito protestantesimo.it propone un articolo (che esce tra i primi risultati nei motori di ricerca) dove – tanto per pareggiare i conti con la Seconda guerra mondiale – si pretende che l’Inquisizione abbia ucciso 56 milioni di persone (anzi, uno in più dell’ultimo conflitto!). Peccato che tutte le fonti citate siano false, addirittura il calcolo viene attribuito alla Fondazione Nobel di Stoccolma ma stranamente la “scoperta” è riportata solo su questo sito ed è ignorata dal resto del mondo (accademico e non). Inoltre il formidabile autore  – ovviamente anonimo – pone da solo le basi della sua confutazione. Infatti il nostro eroe non può nemmeno immaginare che, nonostante le pretese universalistiche, l’Inquisizione abbia potuto operare in pratica solo in Spagna e in Italia.  Se, con calcoli assurdi, riesce ad autoconvincersi che un numero di morti così alto sia verosimile (!?) in quanto spalmato sull’intero continente europeo, con quali salti mortali si può sostenere che – allora – la Chiesa abbia sistematicamente e ripetutamente sterminato la popolazione italiana e quella spagnola? E come hanno potuto sopravvivere paesi così piccoli, di fronte ad una tale macchina da guerra?

Scherzi e follie a parte, guardando alla storiografia più aggiornata, cosa si può dire sulle vittime dell’Inquisizione? In questo articolo riporto l’interessante contributo di Joseph Perez, professore di Storia dell’Università di Bordeaux-III in Breve storia dell’Inquisizione spagnola (per la collana storica del Corbaccio diretta da Sergio Romano; pp. 172-178). Prendiamo quindi in considerazione la più severa Inquisizione cattolica.

Quante furono le vittime imputabili all’lnquisizione? I lavori pubblicati nell’ultimo trentennio consentono di affrontare la questione, se non proprio con sicurezza, quanto meno con obiettività. All’inizio del XIX secolo Llorente, nella sua Historia critica de laInquisitcìon en Espana, fu il primo a tentare di rispondere con precisione. Conosceva bene gli archivi del Sant’Uffizio, per aver ricoperto cariche di responsabilità in quella istituzione. Ecco le cifre che ci fornisce: 340.592 vittime dalle origini (1480) al 1815, con le seguenti precisazioni: 31.913 individui arsi fisicamente, 17.659 in effigie, 291.021 riconciliati o condannati a pene minori. Llorente aggiungeva che la repressione era stata particolarmente severa nel corso degli anni 1483-1498; in questo periodo, in cui a ricoprire la carica di inquisitore generale era stato Torquemada, c’erano stati 8800 arsi sul rogo e 9654 condannati a pene varie.

A partire dalla metà del XIX secolo le cifre fornite dal Llorente vennero contestate come assolutamente esagerate. Nel suo libro sul cardinal Ximenes un autore cattolico come Joseph Karl Hefele, che passa per un apologeta del Sant’Uffizio, così come anche un protestante come Peschel, convengono su questo punto. Per Peschel il numero delle persone arse dal 1481 alla morte della regina Isabella (1504) non avrebbe superato le duemila. Anche Graetz parla di duemila vittime che sarebbero morte sul rogo, ma solo al tempo di Torquemada. All’inizio del XX secolo, Lea criticò il metodo di Llorente. Avendo a disposizione documentazioni lacunose, Llorente era partito dai dati forniti dal cronista Bernáldez e, in seguito, dallo storico Mariana; aveva calcolato la media annua delle vittime quale risultava da queste fonti e ne aveva fatto un’estrapolazione per gli anni sui quali non esistevano informazioni. Si basava dunque sul presupposto che l’attività del Sant’Uffizio avesse sempre avuto la stessa intensità negli anni dell’insediamento, il che non corrisponde al vero. Senza averlo fatto deliberatamente, Llorente aveva esagerato di molto il numero delle vittime. Per il periodo che va fino al 1560 circa non si hanno dati statistici precisi; la maggior parte degli archivi sono scomparsi; i cronisti coevi riportano informazioni frammentarie e non sempre corredate di dati esatti su1l’attività dei primi tribunali; altre fonti sono più sicure, come per esempio le note che Klaus Wagner scoprì in margine ai registri di Siviglia: vi si fa spesso riferimento ad avvenimenti quali autodafé, con l’indicazione del numero delle vittime. Si sa che la repressione fu particolarmente dura e sanguinaria nel periodo dell’insediamento […]

Quindi, fin dall’inizio, la leggenda nera si è sostanziata di dati errati. Supposizioni – più probabilmente pregiudizi – che hanno portato a parlare di centinaia di migliaia di morti (comunque non di milioni, come i millantatori contemporanei). Ma allora quante furono le vittime? È possibile fare una stima?

A partire dal 1560 fino alla fine del XVII secolo i tribunali erano obbligati a inviare alla Suprema rapporti periodici- relaciones de causas — nei quali descrivevano sommariamente i processi in corso, i nomi degli accusati, la natura dei reati, le sentenze pronunciate, e così via. Nel XVIII secolo le allegazioni (alegaciones fiscales) fornite dagli accusatori presentano caratteristiche analoghe. Se queste fonti non contengono sempre statistiche rigorose, permettono tuttavia di valutare con ragionevole approssimazione il numero delle vittime. Lo abbiamo già detto: in una ventina di anni, tra il 1481 e il 1500, ricorrendo a una repressione durissima, l’Inquisizione risolse il problema dei giudaizzanti spagnoli; e, d’altronde, questo era lo scopo per il quale era stata creata. A partire dal 1500 questa categoria di eretici non figurò più che a titolo residuo nell’attività dei tribunali; ritornò in primo piano con l’arrivo dei conversos portoghesi negli ultimi anni del XVI secolo. Nel frattempo il Sant’Uffizio aveva rivolto la sua opera contro gruppi minoritari – quali gli illuminati e i protestanti –, o contro numerosissimi Vecchi Cristiani perseguiti per affermazioni scandalose, bestemmie, omosessualità, superstizione, stregoneria… ma questi ultimi reati venivano puniti con pene leggere. I moriscos, accusati di ritornare all’islam, furono puniti meno duramente dei giudaizzanti. Questo stato di cose spiega la decisa diminuzione delle condanne a morte tra il 1500 e il 1580. Dopo questa data e fino ai primi decenni del XVIII secolo i giudaizzanti di origine portoghese furono oggetto di una repressione che, pur essendo cruenta, era lungi dal toccare il livello degli anni 1480-1500.

 Dobbiamo a Jaime Contreras e a Gustav Henningsen le ricerche più serie per riuscire a valutare il numero delle vittime dell’Inquisizione spagnola. Basandosi sulle relaciones de causas, i due storici giunsero a stimare che tra il 1540 e il 1700 il Sant’Uffizio perseguì 49.092 individui. Procedendo a estrapolazioni prudenti per l’epoca anteriore e quella posteriore, calcolarono che furono intentati in totale 125.000 processi. Tre volte meno di quanto aveva suggerito Llorente. In tali processi le frasi scandalose e le bestemmie erano in testa e rappresentavano, a quanto sembra, il 27 % del totale. Venivano poi i colpevoli di maomettismo (24 %), i giudaizzanti (10%), i luterani (8 %) e infine coloro che praticavano i superstizioni diverse, tra cui la stregoneria (8%). Per quanto riguardava le pene inflitte, Contreras e Henningsen stimano che la pena di morte sia stata inflitta nel 3,5% dei casi, ma che solo l’1,8% dei condannati sarebbe stato effettivamente giustiziato; gli altri sarebbero stati arsi in effigie. In altri termini, tra il 1540 e il 1700 sarebbero state giustiziate 810 persone. Noi sappiamo che le condanne a morte erano state numerosissime prima del 1500 e che se ne ebbero ancora alcune dopo il 1700. E dunque ragionevole stimare in meno di diecimila le condanne a morte con relative esecuzioni pronunciate dall’Inquisizione nel corso della sua storia.

Meno di diecimila vittime, dunque, nel giro di due secoli. La storia umana è sempre stata molto cruenta, ma per capire la portata di questa cifra può essere utile fare qualche paragone. Ad esempio si stima che nell’eccidio di Tessalonica del 390 – ordinato dall’imperatore Teodosio per rappresaglia – trovarono la morte circa settemila persone. Cioè una cifra simile a quella stimata per l’Inqusizione, ma in un solo giorno e in maniera del tutto arbitraria. Eppure nessuno pensa a Tedosio come ad un precursore del nazismo, trattandosi solo di uno degli esempi di ahimè ordinaria violenza della storia. Ma la cifra proposta qui riguardo l’Inquisizione è dovuta a bieco giustificazionismo? A incaute e reazionarie motivazioni apologetiche? No, per due ordini di ragioni. In primis lo studio di Contreras e Henningsen è citato in tutte le pubblicazioni scientifiche più importanti; in sencundis l’autore che stiamo seguendo non può essere sospettato di voler fare apologetica. Basta continuare la lettura:

Si è ben lontani dalle cifre solitamente proposte. A titolo di confronto, le guerre di religione in Europa avrebbero fatto decine di migliaia di vittime. La sola notte di San Bartolomeo (24 agosto 1472) ne avrebbe causato almeno tremila a Parigi, oltre a quelle nelle altre città della Francia. Alla fine del XIX secolo il romanziere Uan Valera dichiarava: « Il numero di tutti i mori, ebrei ed eretici perseguiti e arsi in Spagna nel corso di trecento anni è lungi dall’eguagliare il numero delle streghe bruciate in Germania ». Considerazioni di questo genere vanno moltiplicandosi ai nostri giorni, sui giornali nonché nelle opere considerate serie. Il contesto lascia capire che, tutto sommato, l’Inquisizione spagnola non è stata che una tra le tante manifestazioni dell’intolleranza caratteristica dell’epoca delle guerre di religione e che non c’è ragione di scandalizzarsene in modo particolare. La decretale pontificia Memoria e Riconciliazione con la quale la Chiesa cattolica ha chiesto perdono per i soprusi commessi dall’Inquisizione, è rivelatrice di questa tendenza a circoscrivere e sminuire il Sant’Uffizio. Giovanni Paolo II ricorda che l’Inquisizione era stata creata e aveva operato in una fase dolorosa della Chiesa. Dalla lettura del documento si ricava l’impressione che gli abusi commessi, condannati in sè e per sé, in definitiva sono meno numerosi dì quelli che si possono osservare nella stessa epoca in altre religioni.

Il problema posto dall’Inquisizione non dovrebbe ridursi ai suoi dati statistici e a una macabra contabilità. Nel XVI secolo la libertà di pensiero non esisteva in nessuna parte del mondo. Tutti gli Stati praticavano l’intolleranza. Dobbiamo allora forse concludere che l’Inquisizione spagnola non merita la fama sinistra attribuitale, in quanto sarebbe stata meno cruenta delle numerose manifestazioni di intolleranza verificatesi in altri paesi europei, nonché — se parliamo della caccia alle streghe — nell’America anglosassone? Contro questa tendenza a banalizzare — e quindi, che lo si voglia o no, a scusare — l’Inquisizione spagnola, conviene ricordare alcuni fatti. Il Sant’Uffizio spagnolo non fu una manifestazione di intolleranza come tante altre verificatesi in Europa. Pur ammettendo che l’Inquisizione spagnola sia stata meno sanguinaria di quanto si è sempre detto — il che è vero —, rimane il fatto che non ha avuto equivalenti in Europa. Da questo punto di vista ha fatto il punto Marcel Bataillon nella sua tesi su Erasmo, pubblicata nel 1937: << La repressione spagnola si distingue meno per la sua crudeltà che per la potenza dell’apparato burocratico, poliziesco e giudiziario di cui dispone. La sua organizzazione centralizzata copre tutta la penisola con una rete piuttosto fitta; <possiede persino i suoi informatori all’estero […]. Dato che l’editto della fede ingiungeva a tutti di denunciare i reati contro la fede di cui potevano essere a conoscenza, tutto il popolo spagnolo si trova associato, che lo voglia o no, all’azione inquisitoriale ». Queste caratteristiche fanno si che i confronti con altri paesi non siano probanti. In tutti gli altri luoghi si assiste ad accessi di intolleranza che provocano migliaia di vittime, accessi preceduti e seguiti da periodi più o meno lunghi di pace; in Spagna ci si trova in presenza di un’intolleranza meno cruenta, certamente, ma di un’intolleranza istituzionalizzata, organizzata e burocratizzata, e che durò molto più che altrove, dal 1480 al 1820. La formula stessa del Sant’Uffizio la rendeva temibile: giurisdizione mista, con finalità religiosa ma sottoposta all’autorità dello Stato, l’Inquisizione anticipò in un certo senso il totalitarismo moderno.

Si legge tra le righe, in Perez come in altri storici, quasi un disappunto per lo scarso numero di vittime riscontrate. L’Inquisizione spagnola ha fatto un numero di morti totale inferiore rispetto alla caccia alle streghe (ovvero ad un singolo caso oggetto di intolleranza religiosa) nei paesi protestanti? È vero, ma a ricordarlo troppo si rischia di essere tacciati di giustificazionismo. Non che la motivazione di fondo addotta da Perez sia sbagliata: la violenza dell’Inquisizione non si misura solo col numero di morti ma anche, per esempio, nelle pene infamanti alle quali vennero sottoposte molte persone. È una violenza di cui la Chiesa ha fatto bene a liberarsi nella grande richiesta di perdono fatta da Giovanni Paolo II. Se il numero di vittime non può in alcun modo cambiare il giudizio etico, è vero anche che la distanza tra la realtà storica ormai appurata e la leggenda nera è così grande che non ci si può esimere dal sottolinearla. Soprattutto perché mentre gli studi storici più aggiornati stentano a raggiungere il pubblico, la leggenda nera si radica sempre di più nella mente delle persone (anche, come abbiamo visto, a causa della diffamazione che viaggia sempre più prepotentemente su internet).

Forse è proprio questa stizza a spiegare affermazioni (che sembrano quasi riparative) come quella che vuole vedere nell’Inquisizione un’anticipazione del totalitarismo. Quando quest’ultimo è un fenomeno assolutamente moderno e del tutto inedito, impensabile – non solo irrealizzabile – in una società di Antico Regime. Ammesso infatti – e non concesso: lo stesso Perez ricorda che le condanne all’ergastolo si risolvevano in due o tre anni di detenzione, per mancanza di fondi… – che l’apparato burocratico-poliziesco del Sant’Uffizio sia paragonabile a quello degli stati totalitari, non lo è assolutamente il livello di violenza. Il totalitarismo è una forma di governo che si basa sul continuo sacrificio di milioni di persone, uccise in vario modo solo come mero esercizio di potere oppure come ingegneria sociale. Se l’Inquisizione avesse potuto avere a che fare qualcosa con questo avrebbe – come minimo – ucciso la quasi totalità delle persone processate (che avevano invece più garanzie giuridiche rispetto agli stati totalitari) e non un’infima percentuale. È solo uno dei motivi per cui l’accostamento fatto da Perez in conclusione suona un po’ posticcio (con questo ragionamento ogni esperienza autoritaria potrebbe essere considerata anticipazione del totalitarismo). Del resto, molte cose ricordate nel libro stesso (ad esempio che la libertà religiosa non era professata nemmeno dalle minoranze perseguitate e che tutti erano convinti che un regno non potesse reggersi senza l’unità della fede) consigliano di guardare alle vicende dell’Inquisizione non secondo quello che una modernità anticristiana avrebbe prodotto secoli dopo, ma secondo la mentalità del tempo. Perché non considerarla, più semplicemente, una tipica manifestazione dell’intolleranza del tempo con la peculiarità di una repressione istituzionalizzata?  La quale, se da un lato aumentava il controllo poliziesco, dall’altro permetteva di contenere il numero di vittime.

Ad ogni modo, a prescindere dalle valutazioni, è importante sottolineare che ormai tutti gli storici più importanti – di qualunque orientamento religioso e culturale – convengono su dati ormai appurati come la bassissima percentuale di condanne a morte sia nell’Inquisizione spagnola sia in quella italiana. E quest’ultima non ha mai praticato gli eccessi riscontrati negli esordi di quella spagnola che era controllata dalla monarchia e veniva spesso criticata dai pontefici per l’eccessivo rigore.  Quindi testimonianze come quelle che ho riportato nell’introduzione vanno prese in considerazione solo nella misura in cui si vuole studiare il disperato – ma pur sempre efficace – tentativo di una certa subcultura anticlericale di tenere artificialmente in vita quello che tutti ormai definiscono la “leggenda nera”.

Sul De gratia et libero arbitrio di Agostino

Il Sulla Grazia e sul libero arbitrio è una delle ultime opere del grande pensatore cristiano. Come abbiamo già visto qui, si è attribuito erroneamente ad Agostino una teologia in contrasto con il libero arbitrio che egli invece non ha mai negato. In questo articolo ripropongo una sintesi più estesa dell’opera agostiniana al fine di far meglio comprendere il suo pensiero.

 

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Sulle crociate

Le crociate fanno ormai parte dell’immaginario collettivo come simbolo di fanatismo, tanto che il termine stesso è entrato nel linguaggio quotidiano con accezione negativa. Ma cosa sono state davvero le crociate? Si tratta del primo esempio di colonizzazione occidentale ai danni dell’Oriente? Sono state la manifestazione della volontà cristiana di convertire a forza gli islamici? Hanno costituito un evento storico che ha visto contrapporsi – da una parte – una civiltà fanatica volta allo sterminio e – dall’altra – invece un popolo pacifico e culturalmente superiore?

 

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Regnerus e gli studi sulle adozioni gay

Su giornali come il Corriere della Sera si cerca di far passare il messaggio che ormai la bontà delle adozioni gay sia dimostrata da “trent’anni di studi”. Pubblicazioni che in effetti vengono citate con orgoglio dagli attivistigay come prova inconfutabile della loro ideologia: ma che valore hanno questi studi? È noto che, nonostante lo sbandieramento anche da parte degli psicologi, il loro valore scientifico sia molto basso soprattutto per il numero insufficiente di campioni preso in esame (che impedisce di generalizzare e ottenere risultati statisticamente significativi). Ben altri risultati, invece, ha raccolto la prima grande ricerca sull’argomento di Mark Regnerus pubblicata – in peer-review – sulla rivista “Social Science Research”. Il sociologo americano, ovviamente, è stato pesantemente attaccato ma – vista anche l’assoluzione dell’Università del Texas riguardo l’accusa di malascienza – molti siti gay stanno ricorrendo ad un più goffo espediente: manipolano le dichiarazioni rilasciate da Regnerus in un’intervista per fargli dire da solo che ha sbagliato praticamente tutto, per cui lo studio non vale niente.

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Agostino e il libero arbitrio

 

Dio, che ti ha creato senza di te, non può salvarti senza di te

[Sant’Agostino, Sermo CLXIX, 13]

Agostino di Ippona è giustamente passato alla storia come il “dottore della Grazia” ma il suo pensiero è stato spesso frainteso nel corso della storia. Il caso più eclatante è quello di Lutero e Calvino, i padri dello scisma protestante, che pretendevano di poggiare proprio su Agostino la loro negazione del libero arbitrio. Il grande vescovo aveva, infatti, insistito molto sulla predestinazione e da qui l’equivoco più o meno voluto. Tanto che questo errore circola ancora in molti ambienti specie protestanti, dove si gongola solo all’idea di poter opporre all’ortodossia niente di meno che un padre della Chiesa.

 

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Il ritorno di Nestorio

Si dice spesso che il nestorianesimo sia un fatto prettamente orientale e che oggi se ne trovino tracce solo in Iraq e in India. Informazioni tutto sommato corrette ma ormai da aggiornare. La storia, infatti, ha spesso in riserbo delle sorprese e accade quindi che un focolaio dinestorianesimo si stia sviluppando con forza nella cristianità occidentale. Il veicolo di questo ritorno dell’antica eresia cristologica è il pentecostalismo, almeno nelle sue ultime ondate.

 

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Sul libero arbitrio

Non tutti sanno che quella del libero arbitrio è stata un’altra delle grandi innovazioni del Cristianesimo. Il mondo antico, infatti, era perlopiù oppresso da una visione fatalista in cui tutto era già stato stabilito dal “fato”. Questa forza inarrestabile e impersonale contro cui nemmeno gli dei potevano nulla e che può essere considerata la vera protagonista dell’Eneide di Virgilio. Anche qui, la fede cristiana ha operato rispetto al passato una rottura gravida di conseguenze.

 

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Venga il tuo Regno

Il Padre Nostro ha sempre avuto un ruolo di primo piano nella vita cristiana e nella riflessione patristica per il suo profondo contenuto spirituale. Infatti, nelle varie petizioni della preghiera di Gesù, è come se svenisse scandita la vita del cristiano con semplicità e – allo stesso tempo – con grande intensità. Una delle petizioni più interessanti è senza dubbio la terza: Venga il tuo Regno. Nell’articolo che segue ho cercato di riassumere le tesi fondamentali di un opuscolo molto ben fatto di Adalbert Gautier Hamman ed Emiliano Jimenez Hernandez, intitolato proprio Venga il tuo Regno (terzo volume della collana Il Padre Nostro, edizione Chirico).

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