Il canone biblico tra Tradizione e Magistero della Chiesa


Molti evangelici sono convinti che la Bibbia sia qualcosa di scontato, di semplicemente divino che – quindi – è sceso dal cielo. Un po’ come il Corano, in cui l’angelo detta al profeta un determinato numero di sure destinate a diventare la pietra di fondamento della fede islamica. In questo senso l’Islam è una vera “religione del libro”, perché la fede è nata dal quel testo sacro e non esiste senza di esso. Applicare questa realtà al Cristianesimo è a dir poco fuorviante, vediamo perché.

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I viaggi del Papa nell’era di Facebook

Si è da poco conclusa la difficile visita pastorale al popolo cubano da parte di Benedetto XVI. Essendo un utente di Facebook confesso che – nella solfa dei soliti link spazzatura contro la Chiesa – mi aspettavo il ritorno dello slogan “Vaticano amico dei dittatori ecc…”. E invece ho dovuto constatare che non è avvenuto nulla di simile. Nessun link con la foto del Papa e di Fidel Castro con didascalie denigratorie nei confronti del Pontefice. Sono ragionevolmente certo che non siano stati nemmeno creati link simili, o comunque non hanno avuto una buona circolazione (posso dirlo perché frequento molti gruppi diciamo “sensibili” a questi temi). Così mi sono reso conto di essere stato, in effetti, ingenuo. Perché questi link si basano sull’ignoranza delle persone, e farli circolare a visita in corso sarebbe un grosso errore. Perché anche il più ingenuo utente di Fb, inevitabilmente, accende la tv e quindi si rende conto che non si tratta di una visita al dittatore ma al popolo cubano. Di una visita dal grande spessore umano e religioso, con continui richiami alla libertà religiosa e ai diritti umani. Certo, inevitabilmente c’è anche l’incontro col dittatore e con le autorità politiche che – per fortuna – si svolge all’insegna della cordialità. E non si capisce quale sia il problema, né come si possa immaginare un’alleanza tra il Papa e uno stato ateo-comunista. Infatti non sono mancati gli incidenti e le tensioni, né prima né durante la visita, e per questo il Papa ha chiesto “un gesto di buona volontà” al governo istituendo la festa del Venerdì santo.

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I fratelli di Gesù

La questione dei “fratelli di Gesù” è tanto confusa quanto dibattuta. Confusa perché bisogna addentrarsi in un intricato ramo di parentela di cui ci vengono dati solo frammenti, ma non solo. Essendo infatti la perpetua verginità di Maria un cavallo di battaglia della Tradizione, la propaganda protestante ci si è avventata contro con inaudita violenza. Per difendere, a loro volta, questa anti-tradizione i polemisti protestanti non disdegnano la menzogna. La prima e più importante è di carattere linguistico. I Vangeli, infatti, nei passi dove si parla dei fratelli di Gesù usano la parola adelphos. Su questa parola si è creato un vero e proprio caso di sfacciata disinformazione. Molti siti evangelici, per tagliare la testa al toro, sostengono che la parola adelphos significhi solo fratello carnale. Come al solito, si basano sulla pigrizia delle persone che preferiscono credere ciecamente invece di andare a verificare. Eppure, basta controllare su un dizionario online come questo che riporta ben più di un solo significato: gemellocollegacompagnoconfratellofratello. Per sicurezza, ho controllato anche un ben più affidabile dizionario cartaceo come il Lorenzo Rocci: “fratello; fratello di padre e di madre; fratello nel senso di parente, confratello, connazionale della stessa religione o tribù, amico intimo, socio”. Insomma, una bella pluralità di significati rispetto al solo fratello carnale. È molto triste che una menzogna così facilmente confutabile riesca a trovare una diffusione talmente ampia, ma ancora più grave è che molti evangelici sembrano restarne convinti anche di fronte all’evidenza di un vocabolario.

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Gli evangelici e la Tradizione (parte II)

Questo è il testo di cui ho parlato in Gli evangelici e la Tradizione  (parte I). Purtroppo non sono riuscito a contattare l’autore, ma penso non gli dispiaccia se pubblico il suo testo. Nel caso, può inviarmi un messaggio o un commento e provvederò a rimuoverlo, anche se sarebbe un vero peccato pregiudicare la diffusione di un testo così utile. Ad ogni modo, premetto che mi sono preso la licenza di correggere qualche errore di ortografia e di diminuire il sottolineato per un migliore effetto grafico. 

Gli evangelici e la Tradizione (parte I)

Gli evangelici hanno un rapporto difficile con la Tradizione. Da una parte c’è il rifiuto sdegnoso di luterana memoria, della Tradizione come sinonimo di adulterazione e quindi con tanto di passi di condanna. Citazioni, neanche a dirlo, ovviamente decontestualizzate e strumentalizzate perché la formazione di una qualche tradizione è inevitabile (cfr. La Tradizione invisibile). Eppure, questa posizione genera non pochi imbarazzi per chi si propone il ritorno alla chiesa delle origini. Ai più sprovveduti si può far credere, infatti, che i Padri della Chiesa siano personaggi oscuri, medievali, semi-pagani, esponenti di una chiesa corrotta dal potere e dalla cultura pagana. E questa categoria, purtroppo, fa sfoggio di se in rete mostrando una certa consistenza numerica. Ma, già ad un livello immediatamente più alto, ci si scontra col fatto che nella Tradizione rientrano anche gli scritti dei padri del deserto e di grandi cristiani come sant’Agostino, sant’Ambrogio, san Giustino martire, san Girolamo e tanti altri. Figure che, se studiate, mostrano tutto il loro valore e la loro attualità. Una condanna generalizzata, quindi, sembra inopportuna perché dare del pagano a sant’Ambrogio può sembrare troppo anche a uno che lo conosce solo di nome. Ma se non è un pagano, in qualche modo bisogna spiegare come mai il Cristianesimo che traspare dai suoi scritti e da quelli della patristica in generale, è così diverso da quello che si vorrebbe rifondare.

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La remissione dei peccati: dottrina e tradizione

Quello del peccato è uno dei temi centrali del Cristianesimo. Non nel senso morboso e bigotto che sempre si vuole attribuire alla Chiesa, ma nella dimensione della liberazione che Dio ha operato. Per questo i Vangeli insistono sul ruolo di liberatore del Cristo che ha il potere di rimettere i peccati. Ed è un ministero che vediamo esercitato in una pluralità di episodi, tanto da rendere subito la remissione dei peccati un tema di fede e – allo stesso tempo – un motivo di scandalo. Ma dopo la morte di Gesù, come avveniva la remissione dei peccati?

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Svégliati, o uomo: per te Dio si è fatto uomo

 

Dai «Discorsi» di sant’Agostino, vescovo (Disc. 185; Pl 38, 997-999)

 

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Il dovere d’aborto

L’espressione potrebbe sembrare provocatoria, una parodia del ben più noto “diritto” d’aborto. In realtà la differenza è molto labile, lo dimostra molto bene Piergiorgio Odifreddi in un articolo del suo blog, dal rassicurante titolo “Per una procreazione responsabile”.

 

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Sofri e l’elogio del nuovo totalitarismo

In un allucinante articolo su Repubblica, Adriano Sofri si lancia nell’esaltazione del suicidio assistito come segno di una “civiltà superiore” in contrapposizione ai totalitarismi. Con il suo gesto, quindi, Lucio Magri ci avrebbe finalmente liberati consegnandoci una civiltà di lusso in cui vita e morte sono la stessa cosa. Infatti, il principio della indisponibilità della vita sarebbe uno sgradito residuo di totalitarismo. Questo quando, invece, caratteristica dei regimi totalitari è l’esatto opposto: la completa disponibilità della vita. La quale, in virtù di un principio superiore, è nelle mani del burocrate, del gerarca e del dittatore che possono disporne come meglio credono: comminando l’esilio, la schiavitù o la pena di morte. E il tutto in maniera assolutamente arbitraria. Il principio della vita come valore assoluto e intoccabile, quindi indisponibile, è invece un portato delle democrazie moderne che hanno attualizzato l’antico insegnamento cristiano veicolato dalla dichiarazione dei diritti umani prima americana e poi francese.

 

Una tale esaltazione del suicidio assistito ha quindi come automatica conseguenza la rivalutazione dei totalitarismi, e in particolare di quello che più degli altri ha fatto dell’eutanasia il suo cavallo di battaglia: il nazismo. Infatti fra quest’ultimo e la nostra civiltà di lusso non c’è una completa e insanabile discrasia di paradigmi e valori. Il nazismo sopprimeva i disabili e le cosiddette “vite improduttive” e “indegne di essere vissute” con la forza o con l’inganno. Di fronte a questo fenomeno non abbiamo più il diritto di inorridire: altrimenti facciamo esplodere la spocchia sofriana. Possiamo, infatti, solo avere qualcosa da ridire sull’uso della forza e dell’inganno ma non sul gesto in sé. Non è certo un’enormità anche solo il principio che esistano vite umane da sopprimere per mano dello Stato o di chicchessia! Quindi, il discrimine fra il nazismo e la sospetta “civiltà di lusso” è tutta nel metodo e non nel merito. E questo metodo diverso consisterebbe nella libertà e nel consenso.

 

Già negli anni immediatamente successivi alla Seconda Guerra mondiale, Romano Guardini – con grande acutezza – poteva affermare che non esisteva concetto che fosse stato più pervertito di quello di libertà. Infatti, anche i totalitarismi basavano le loro ideologie sulla libertà e su un consenso di massa che effettivamente avevano. Ma era una libertà completamente avulsa da ogni forma di verità, e quindi il suo esatto contrario. Ed è in fondo la stessa libertà formale di cui parla Sofri. Egli, infatti, non sembra per nulla interessato al problema spinoso dell’effettivo consenso all’eutanasia che un malato può dare. In una società che ti ritiene un inutile peso, il consenso a togliere il disturbo può essere fortemente condizionato e tutt’altro che libero. Ma Sofri ci concede quantomeno il diritto di sperare che una persona a noi cara non prenda la fatale decisione. Forse, allora, ci viene anche riconosciuta la facoltà di provare a dissuadere il disperato che sta per buttarsi giù da un ponte come un sacco di rifiuti, prima di dargli la spinta. È una ben magra consolazione, nessun tentativo di dissuasione può sperare di avere successo se si fa presente al disperato che effettivamente lui potrebbe essere immondizia e che quindi potremmo aiutarlo a buttarsi giù. I diritti umani esistono, sì; ma non per lui. È sostanzialmente questo il valore – se così si può definire – dei colloqui che gli sciacalli di Exit ci assicurano di tenere con i loro assistiti prima di terminarli. Proprio questa mattina su Raiuno, un sensibilissimo esponente di Exit Italia proprio davanti all’esempio di un disperato che vuole buttarsi giù da un ponte ha risposto: “Lo faccia! Che ce ne importa?!”. Ma Sofri va anche oltre: nota che il suicidio interessa soprattutto i giovani e i carcerati. Quasi come a voler suggerire a Exit di non discriminare anche queste categorie che, pur non potendo essere considerati malati propriamente detti, hanno pur sempre il diritto di decidere della loro vita e di essere “aiutati”. Del resto, non contano i motivi. Nessuna differenza fra una malattia terminale e “una bambina cui siano stati tagliati a forza i capelli”. Il tema della mano tesa perchè il malcapitato desista e “torni di qua” è solo un vuoto moralismo, se l’altra mano è pronta a spedirlo “di là”.

 

Ma questi non sono problemi degni dell’attenzione di una “civiltà di lusso”, così come è del tutto superfluo il problema che un depresso – come era Magri – potrebbe non essere in grado di decidere lucidamente su una questione che si potrebbe a pieno titolo definire di vita e di morte. Non importa, ci basta un consenso formale. Un pezzo di carta che ci faccia stare tranquilli di non stare sopprimendo un innocente ma di stare aiutandolo. Ma il gesto stesso si basa su un principio talmente grave che ovviamente, col tempo, si inizia a fare a meno anche di un consenso puramente formale, come si osserva nei paesi dove l’eutanasia è ormai ideologia consolidata e che non risparmia nemmeno i bambini. E così un articolo che vuole salutare l’avvento di una civiltà che ci lascia finalmente alle spalle il totalitarismo, si mostra per il suo esatto contrario. Una nuova civiltà sì, ma non quella della democrazia moderna basata sui diritti umani e sulla vita come valore assoluto. No, una riedizione libertaria del totalitarismo in cui la vita è una cosa, un bene disponibile: un peso da affidare più o meno volontariamente ad altri perchè ce ne liberino.

La rivoluzione cristiana: la libertà

Ho inserito questa digressione nel post ”L’inganno della predestinazione calvinista”

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